;
Mates4Digital
Blog
Che ti piaccia o no, non puoi sfuggire a Google
Blog
Che ti piaccia o no, non puoi sfuggire a Google
Blog
Organic & Paid: quando la combinazione diventa sinergica
Blog
La creatività nella pubblicità: un atto di pura espressione
Le ultime settimane non devono essere state delle più facili dalle parti dell’ufficio legale di Google. Nonostante l’azienda di Mountain View non abbia sofferto più di tanto il lockdown imposto dalla pandemia, all'orizzonte si profilano due cause che potrebbero minare, se non il fatturato, per lo meno la credibilità del colosso del web.

La minaccia più seria, per lo meno in termini economici, arriva da una class action che è stata depositata presso la corte federale di San Jose in California.
Nella denuncia, che formalmente è stata presentata da tre persone ma che a detta dei promotori è sostenibile da milioni di utenti Internet nel mondo, Google è accusata di non proteggere la privacy dei suoi utenti, in particolare di quelli che usano il suo browser Google Chrome.

Se vi è mai capitato di visitare qualche sito porno usando la modalità Incognito di Google Chrome pensando che le vostre tracce sarebbero state eliminate una volta finito, purtroppo potrebbero esserci cattive notizie.
Secondo i promotori della class action, la modalità di navigazione “Incognito” non proteggerebbe la privacy degli utenti come l’azienda californiana vorrebbe far credere.

Nella denuncia, che si pone l’obiettivo di una compensazione valutata intorno ai 5 miliardi di dollari, si sostiene che anche se un utente sceglie di navigare in incognito per proteggere i suoi dati, Google utilizza lo stesso i suoi sistemi di tracciamento - come Google Analytics, Google Ad Manager e altri strumenti - per raccogliere i dati degli utenti.
La modalità Incognito dà in teoria la possibilità agli utenti di navigare senza che la cronologia venga salvata ma, sempre secondo la denuncia, “Google traccia e raccoglie comunque i dati degli utenti a prescindere dagli strumenti utilizzati da quest’ultimi per proteggere la loro privacy”.
Questo fa in modo che Google possa “imparare” tantissime cose riguardo agli utenti: amici, hobbies, preferenza in termini di cibo, abitudini di shopping e addirittura “le cose più intime e potenzialmente imbarazzanti” che un utente può cercare online.
Nonostante non sia la prima volta che Google finisce di fronte ad un giudice per violazione della privacy degli utenti, questa volta i legali si appelleranno al Federal Wiretap Act, una legge federale che protegge i cittadini americani da intercettazioni abusive da parte del governo e aziende private, che stabilisce che gli utenti hanno il diritto di sapere se le loro comunicazioni private sono intercettate.
La denuncia, inoltre, sostiene che Google deliberatamente inganni gli utenti facendogli credere che siano in pieno controllo delle informazioni che condividono con l’azienda californiana.
A sostegno di questa tesi è stato portato anche uno studio congiunto tra Microsoft, l’Università Carnegie Mellon e l’Università della Pennsylvania (condotto l’anno scorso) che ha analizzato più di 22mila siti a sfondo sessuale i quali sono visitati per la maggior parte delle volte in modalità Incognito, rivelando come il 93% di questi traccino gli utenti e condividano i dati raccolti con inserzionisti.
Un portavoce della multinazionale, Jose Casteneda, nega fermamente le accuse e in un commento pubblicato nel New York Times sostiene che “la modalità Incognito dà solo la possibilità di navigare in rete senza che la propria attività sia memorizzata nel browser. Come è chiaramente spiegato quando si apre Chrome in modalità Incognito, i siti web che si visitano posso comunque raccogliere informazioni sugli utenti che li visitano”.

In ogni caso, sarà un tribunale a decidere chi ha ragione.

Personalmente ritengo che Google abbia già ampiamente dimostrato di muoversi spesso su un confine labile che divide ciò che è lecito da ciò che non lo è. Infatti, laddove la legislazione antitrust e quella a protezione della privacy degli utenti è più stringente, come nel caso del GDPR in vigore nell'Unione Europea, sono già fioccate pesantissime condanne.

Un esempio è la multa da 50 milioni di euro comminata dal garante della privacy francese all'inizio del 2019; l’ammenda di 4,34 miliardi di euro per aver usato Android, il sistema operativo per cellulari, in modo da bloccare l'accesso ai concorrenti e favorire i propri servizi e, infine, quella da 2,42 miliardi perché la società favoriva su Internet i propri servizi di Google Shopping, entrambe comminate dalla Commissione Europea.

Anche l’Italia registra i suoi casi e l’anno scorso l’Autorità per la Concorrenza ha aperto un’istruttoria per abuso di posizione dominante in quanto, secondo l’accusa, Google (sempre tramite il sistema operativo Android) deterrebbe una posizione dominante nel mercato dei sistemi operativi per smart device.
Inoltre, avrebbe rifiutato di integrare nell'ambiente Android Auto la app “Enel X Recharge” (sviluppata da Enel) per fornire agli utenti finali informazioni e servizi per la ricarica delle batterie delle auto elettriche.
Il procedimento avrebbe dovuto concludersi il 30 maggio di quest’anno ma, causa Covid-19, è stato tutto rinviato e ancora non si ha una data chiara.

Nonostante i casi riportati, le sanzioni risultano infinitamente inferiori rispetto ai profitti che Google genera usando le sue tecnologie. È legittimo pensare che per Google le eventuali multe o sanzioni possano essere messe in conto come il prezzo da pagare per poter continuare a generare un ritorno economico infinitamente superiore.
Quindi, fino a prova contraria, sono propenso a condividere il pensiero di chi, al limite dello sconsolato, ha dichiarato: “Che ti piaccia o no, non puoi sfuggire a Google”.